Pur sapendo – e sapendo molte, a volte troppe, cose – non si sa che dire, né fare.
Oppure sapendo che dire e che fare – e sapendo che è la cosa giusta da fare – si fa, ma subito ci si ferma, pensierosi, scontenti, delusi.
La mente è ferma, solido il giudizio. Ma le emozioni tradiscono e lasciano inquietudine.
A volte la nostra vita non sembra più componibile, integra, riconoscibile come degna di attenzione e cura. A volte le domande si affollano mortificando la nostra esigenza di semplicità. A volte, ancora, vorremmo disfare nodi e finiamo per impigliarci ancora di più; oppure vorremmo annodare fili, ma non sappiamo come.
Mossi e inquieti si cerca e non si trova pace. Si aspira a qualche punto fermo, si cerca in alto un gancio cui appendere le fluttuazioni dell’anima, o semplicemente gli sbalzi e sobbalzi dell’umore.
Ritornano, invece, le onde, oltre ogni traguardo raggiunto, perché non è mai ultimo né definitivo. Che sia ora di cambiare gli strumenti di bordo? Che sia tutto il mare da rivedere, nel senso di vederlo di nuovo, in modo diverso? Non sarà ora di riaggiustare lo sguardo?
Allora si fa sentire il desiderio di un interlocutore che sia allo stesso tempo lontano e vicino, qualcuno cui raccontare anche confusamente, qualcuno che offra ascolto senza la pretesa di fare ordine. Perché la filosofia può essere messa in gioco da quel desiderio e offrirgli ospitalità?
Non perché sia un sapere della certezza, ma perché sia un sapere dello stupore; non perché sia un sapere adulto, ma perché è il sapere delle domande infantili; non perché disponga delle risposte, ma perché ci porta a diffidare delle evidenze, anche se accecanti. Fare parola del nostro disordine, del nostro scontento, del nostro dubitare.
E’ il senso che vogliamo dare a questo spazio.
Ultimo aggiornamento ( Sabato 12 Giugno 2010 16:35 )