L’amore nascosto – 2009

Regia: Alessandro Capone

Sceneggiatura: Alessandro Capone, Luca D'Alisera

Attori: Isabelle Huppert, Greta Scacchi, Olivier Gourmet, Melanie Laurent

Cfr.: http://www.comingsoon.it/scheda_film.asp?key=1090&film=L-amore-nascosto

Non è nascosto, l’amore di cui parla il film, ma impedito, ancorché evocato, rimosso, rubato. Una madre, una figlia, a sua volta una madre, e una figlia. Quattro figure in una, una figura con quattro personalità. Non c’è vittoria né sconfitta, di fronte all’amore rubato, non ci sono né vinti né vincitori. Solo, arrogante e annichilita, la realtà delle donne, madri o no. La realtà delle donne che – dice la protagonista, una mobilissima e immobile Huppert, bravissima come sempre – hanno per sorte di mettere al mondo figli, anzi figlie, nella sofferenza che è delle bestie e neppure possono rinnegarli, disfarsene, o nutrirsene. La realtà delle donne che hanno in sorte madri fragilissime e ne sono, esistenzialmente, divorate. Non c’è trama in questo bel film, c’è solo l’alternanza delle emozioni – pur nella apparente paradossale assenza di emozioni – che si scambiano le tre donne protagoniste, la madre, drammaticamente sofferente e sola, la figlia, drammaticamente sofferente e sola, la psicologa, e per lei le parole valgono altrettanto: drammaticamente sofferente, e sola. Ognuna, è vero, con il proprio dramma; ma ogni donna è contrassegnata da un dramma, e solo le donne sanno accorrere quando altre donne piangono, e sono sole. Capaci, le donne, di condividere la solitudine più ancestrale, e che tutte coglie: sia quelle che sono madri, lacerate al mondo da un sipario che da protagoniste le vede attrici minori, se son brave e generose, sulla scena dei loro figli, più che delle loro figlie; sia quelle che madri non sono, e, dunque, intrinsecamente, e meno ambiguamente, sole. Le donne: sole.

È la solitudine – credo – la vera protagonista di questo film, oltre le donne-maschere che recitano e mettono in dramma la vita di tutte le donne.

La psicologa invita la madre, malata di mente - si dice, si evince - a scrivere, per vincere l’afasia. Le parole, le dice, possono creare la realtà, costruire un mondo, guarirla. E così la madre scrive e scrive e racconta, di sé, di quel matrimonio da fumetto triste che le capita e in cui le capita di soccombere alla “violenza della tenerezza” di quell’uomo buono ma sudato e maleodorante che ha sposato, marito occasionale, come accade a molte donne che a un certo punto sposano, e neppure sanno chi, e perché. Cede alla violenta tenerezza di lui e all’idea consolante di tenere – con la gravidanza – lontano dal proprio corpo le membra flaccide e umide di quell’uomo che, con quella tenerezza, “la costringe a diventare madre”. Una premessa non incoraggiante, a dire il vero, per una donna che, partorendo senza neppure troppo apparente dolore, trova il pensiero di sentirsi l’unica al mondo a partorire, “mentre le altre diventano madri”. E così, per il caso o per la sorte, questa madre diventa madre non volendolo, e per questo investe la figlia non amata di mille attenzioni, dimentica se stessa solo per non sentirsi troppo in colpa di averla, non volendola né amandola, messa al mondo. Odiando la figlia odia se stessa, questa madre senza natura, e odiando se stessa non può che odiare la figlia.

La figlia: altra madre, altra donna che odia la madre, che le toglie la libertà di essere lei ostante, che le toglie la stima di sé di essere, almeno per averla messa al mondo, una madre. Una figlia malvagia, di una malvagità ereditata: “tu vieni prima di me”, rimprovera la figlia alla madre, come a dire: l’odio tuo per me precede il mio per te, e tu ne sei la sola responsabile.

Dietro le due donne, l’una la faccia nascosta dell’altra, l’una la condanna dell’altra, l’una causa della morte, interiore e reale, dell’altra, una terza donna: la psicologa, senza figlia, ma anche senza madre, poiché sua madre mai ha conosciuto e non ha. La psicologa: il riflesso, lo specchio meno fragile forse, ma non meno drammatico, della storia delle altre, delle quali cerca di prendersi cura, forse per curare se stessa e la propria insondabile solitudine. All’uomo che la ama, ma da cui forse non si sente sufficientemente amata (le donne non amate cercano e non trovano un uomo tanto grande da amarle come vorrebbero: naturale!, non c’è persona, né uomo né donna, che possa riempire un vuoto antico, o abisso di non amore, perché, semplicemente, quel vuoto non può mai essere riempito), al suo uomo, dicevo, la psicologa chiede con sfida se la verità abbia davvero senso per lui. Ha senso chiedersi chi delle due donne, madre e figlia, sia la vittima o il carnefice? Ha senso porsi la domanda chi delle due menta o dica la verità? Che c’è di più vero o reale del dolore che le lacrime versano, della sofferenza che l’aspetto scarno e appuntito delle donne senza amore rivela?

La tragedia termina con la morte della figlia: un incidente, si dirà, ma la madre sa che è suicidio. Nell’immagine onirica del cadavere nudo della figlia presa tra le braccia, forse per la prima volta, la madre si riprende, torna a percorrere da sola le strade di una Parigi resa ostile dalla malattia, e prende con se la nipote, la figlia della figlia: l’unica cosa buona e amabile di questa tristissima storia. La figlia della figlia, una quarta donna: a lei il futuro. Un futuro che lo spettatore, anzi la spettatrice, teme sia ciclico, ripetitivo, come la sorte ineffabile e indicibile delle donne, per il fatto semplice di essere donne. Come l’orizzonte senza montagne, come il paesaggio piano e senza sviluppi che, nonna e nipote, accoglie nell’ultima scena, presagio, non troppo buono, che la vita continua. Ma continuando su di sé torna, e si ripete. Infinitamente.