Rivolgimenti profondi, immani catastrofi. Solo il nulla rimane, nessuna speranza di palingenesi. Il deserto, senza luce, né acqua, senza, praticamente, alcunché da mangiare. Gli umani sopravvissuti si trasformano in bestie, o semplicemente tornano ad esserlo, abbattute le istituzioni di qualsivoglia natura, politica, sociale, religiosa, morale.
E' questo lo sfondo su cui si svolge la storia sceneggiata nell'inquietante The road, per la regia di John Hillcoat, appena uscito nelle sale italiane.
Uno sfondo che non si può che dire hobbesiano: un mondo tornato allo stato di natura, nel senso della guerra di tutti contro tutti dove vige un solo unico diritto, quello di ciascuno di appropriarsi di tutto quello che c'è, di ciò che rimane, senza condizioni. Un diritto di tutti ma per questo un diritto che genera il conflitto, ed è un eufemismo, poiché genera la lotta di potere, in cui a vincere è, semplicemente, il più forte.
La storia di The road è la storia di un padre che sopravvive con il figlio a una catastrofe planetaria, forse dovuta a un mutamento dell'inclinazione dell'asse terrestre, forse dovuta a un impatto con un meteorite, ognuno può immaginare quel che può.
I due vagolano nella semioscurità cercando ripari provvisori, rifugi per la notte quando il buio s'addensa, in una non meglio definita ricerca del sud. Una nota a piè di pagina: la moglie decide di non mettersi 'in strada', grida al marito, in risposta alle sue preghiere di rimanere e combattere per la vita, che a lei la sopravvivenza non basta. E se ne va, vestita di poco, sparendo nella notte gelida e piovosa. Gli lascia il figlio, ma solo perché non può portarlo con sé, nel vuoto, poiché il padre non vuole. Una parentesi, quella della madre, un po' scarna, che forse non rende sufficiente ragione delle ragioni di chi, di fronte al deserto ferino, preferisce la morte come destino umano. Ma andiamo oltre. Dicevo dell'avventura del padre e del figlio. Il loro è il vagare allo stato di natura, dove i pochi umani sopravvissuti sono prevalentemente assassini: mors tua vita mea.
E non metaforicamente, laddove la scena forse più raccapricciante è l'incontro con una banda di cannibali che tenevano segregati nela cantina di casa altri umani ridotti a carne da macello, non metaforicamente. Ad alcuni di costoro mancan gambe o braccia, cucinate e servite per il pranzo o per la cena. Il padre difende la propria vita e quella del figlio, divenuto assuefatto alla legge di natura; le leggi morali, dice Hobbes, non sono che convenzioni, e allo svanire delle istituzioni si rivelano quel che sono, pure convenzioni appunto. Come son venute se ne vanno, rimane solo la natura e la sua crudele ma democratica legge della sopravvivenza, unica e uguale per tutti. Unico baluardo di moralità è il bambino, in cui rimangono ben impresse le leggi morali: implora il padre di accogliere il vecchio cieco imbattuto sul percorso, e di condividere con lui un po' del poco cibo che sono riusciti a trovare e portare con sé, custodito gelosamente. Il bambino che impedisce al padre di diventar preda della stessa animalità che alimenta tutti i sopravvissuti: non è cattiveria ma mero istinto di sopravvivenza.
Il bambino chiede infine al viandante che gli si avvicina, dopo la morte padre,se egli faccia parte dei buoni o dei cattivi, e se dunque se ne possa fidare. Non importa la risposta, ma la domanda che il bambino pone all'uomo. La si pone, questa domanda, se si crede ancora in un'umanità e nei suoi, per quanto fragili, valori. Il resto da vedere.