Può fare qualcosa il filosofo per la politica? Prima di dare una risposta a queste domande sarebbe necessario spiegare chi sia il filosofo e che cosa sia la politica. Iniziamo dalla cosa più difficile: la politica. Possiamo pensarla come l’arte del governo, o del buon governo – volendo nutrire l’ideale e non solo adottare il senso della realtà – o, ancora, possiamo concepirla come l’ambito in cui si gioca la sorte di cittadini, in cui costoro convivono in modo stabile e cooperativo. Oppure per politica possiamo pensare alla polis, al luogo delle relazioni politiche, all’organizzazione politica, appunto, al cui interno si confrontano e si scontrano interessi, preferenze, valori. Il filosofo allora che fa? È un consigliere del principe, qualcuno che gli faccia da suggeritore o da consulente filosofico, sostenendolo nelle decisioni che coinvolgono passioni oltre che razionalità, valori oltre che tecnica? Il filosofo come consulente filosofico di chi detiene il potere: nutrirei qualche perplessità su questa funzione.

Preferire pensare al filosofo ‘consulente’ ma alla maniera di Kant: dire la verità al potere è la funzione della filosofia in politica. Il politico pratico – dice Kant - guarda al filosofo con sospetto, lo accusa di negligenza della realtà, lo rimprovera di pontificare dall’esterno, senza cognizione di causa. Ma non è così: il filosofo fa molto per la politica, per la realtà, e lo fa con le sue teorie. Difendiamo allora la filosofia in politica non perché il filosofo ne sappia più degli altri, non perché il suo ruolo sia quello della consulenza filosofica al servizio del potente, ma perché la filosofia ha, in sé, una vocazione pubblica, uno spirito di servizio nei confronti della città, di difesa dei suoi ideali più nobili, quelli su cui è stata fondata. Insomma: ai filosofi è rivolto l’invito a uscire dalle biblioteche e parlare, dire a voce alta, quando la verità sia stata negata, quando stravolta, quando minacciata.

Afferma Bobbio, nel suo bellissimo saggio sul ruolo dell’intellettuale nella società, che compito di questi è “seminare dubbi, non già raccogliere certezze. Di certezze- rivestite della fastosità del mito o edificate con la pietra dura del dogma - sono piene, rigurgitanti, le cronache della pseudo-cultura, degli improvvisatori, dei dilettanti, dei propagandisti interessati. Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva” (Politica e cultura, 1955)

. Dire la verità al potere: questo è il compito dei filosofi militanti, contro una filosofia asservita al potere, ai partiti, a qualsiasi chiesa.