“Da ragazzini ci si vanta, da adulti no”.


Una storia fuori schema, una vicenda familiare, padre ferroviere (Sergio Rubini), madre insegnante (Valeria Golino), uno zio celibe e sciupafemmine (Riccardo Scamarcio), un bimbo curiosissimo e allegro (Guido Giaquinto). I volti mutano, quello più versatile è quello del padre, che, al cospetto del figlio giunto dall’estero per vederlo morire, sussurra una parola sola o almeno una sola che si possa distinguere nella fatica dell’ultimo respiro: “stronzi”. Il figlio è Gabriele (da adulto è Fabrizio Gifuni), che ad udire “stronzi” trasecola ma non troppo, abituato – come poi si capirà, guardando la storia – a cose fantastiche e bizzarre, a immagini che si dilatano nella memoria o nella fantasia, oppure, se ci si vuol credere, nella visione mai tremenda di fantasmi buoni, tranne uno, in apparenza, l’uomo nero…

Il figlio adulto ricorda quanto accadeva nella provincia barese di quarant’anni prima. Ricorda la madre, colta e paziente abbastanza per capire e accogliere la follia del marito, umile impiegato delle ferrovie con il cuore frustrato, l’atteggiamento servile, ed anche la presunzione dell’artista mai nato, non al pubblico né agli spocchiosi critici di paese, che detesta e tuttavia, dopo ogni umiliazione, cerca di imbonirsi. Ricorda lo zio Pinuccio, proprietario di una drogheria ben avviata, fisico prestante, occhi da seduttore, adorato dalla sorella che lo protegge oltre ogni ragionevolezza, tranne dall’errore di sposare una vedova facoltosa che gli toglierà la voglia di sedurre e seducendo di godersi la vita. Da contorno i compaesani, bravi solo a denigrare quando chi si atteggia come più sapiente, come il critico competente, avvilisce l’artista, gli toglie la speranza o la semplice illusione di valere qualcosa; i sapienti, capaci di creare attorno a sé solo invidia e falsità. Fa da comparsa la donna alta del nord (Anna Falchi), bionda e coloratissima nei suoi abiti buoni, ma sbiaditissima d’animo e di cuore, velina vuota e vacua, contorno perfetto per tanta presunzione e superbia.

E tra tanta gente che fa da sfondo agli sguardi del piccolo Gabriele, ci sono anche i fantasmi dei nonni materni, che visitano i sonni della figlia e le lanciano messaggi che solo lei ha voglia di interpretare per dare senso al non senso che le gira attorno; a visitare lui, il piccolo Gabriele, c’è anche il fantasma di Cezanne, il cui autoritratto il padre dipinge nella speranza di attrarre su di sé benevola accoglienza. “Non voglio essere come mio padre”, ripete come una preghiera il bambino spaventato dall’ultima ma esplosiva rabbia del padre perdente che caccia tutti gli invitati e i critici sedicenti rovinando la festa del suo ottavo compleanno …

Tutto passa, e muore… Finché è il padre medesimo che, nel giorno delle esequie, compare fantasma al figlio, padre a sua volta, per svelargli il suo segreto: aver sottratto al museo la tela di Cezanne e averla sostituita con la sua copia. I critici, lo stesso, l’avrebbero trovata pessima, pessimo cioè l’originale trafugato per essere esposto in occasione di quel compleanno, copia esangue per loro, anzi morta, priva dell’aria che solo il grande Cezanne riusciva a mettere nei suoi capolavori. Un segreto, gli confida il padre morto da poche ore, che neppure tua madre conosceva. Un segreto, che il figlio indagando scopre… un segreto, mai svelato, che se svelato avrebbe portato con sé, nella sua semplice disarmante verità, la nullità dei critici sapientoni, l’astuzia del padre inetto ma capace di togliere il velo alla cattiveria, alla dabbenaggine, alla piaggeria… Un segreto svelato solo in punto di morte, al figlio, che impari, mai svelato prima, perché solo i ragazzini si vantano…… Non ci si dimentichi di un ultimo particolare, importantissimo… L’uomo nero è il capotreno, nero proprio come il carbone e la fuliggine che esce dalla locomotiva… gettava caramelle ai bambini del collegio, ed era, al passare del treno, improvvisa esplosiva gioia che tutto dona, e nulla chiede in più. (L’uomo nero, di Sergio Rubini, 2009).