A.M. Homes, La figlia dell’altra, Feltrinelli, Milano 2007



Non mi è mai capitato di scrivere, nella prima pagina bianca di un libro, “finito di leggere il giorno tale”. Non mi è mai capitato di chiudere, senza interromperne la lettura, un libro, per scrutare gli occhi forse blu della bimba fotografata in copertina. Chiudere e riaprire, rassicurata ogni volta che quegli occhi forse blu fossero ancora lì, a sostenere me lettrice, turbata, parola dopo parola, pagina dopo pagina, attratta sin dalla prima da una storia di donne di madri di figlie, sempre la stessa antichissima storia, l’unica storia che si ripete e che si impone come la più importante inquietante di tutte. Più di qualsiasi storia di amore, ben oltre qualsiasi relazione di eros, l’amore e l’odio che tiene insieme donne madri figlie, sempre, ancora.

La storia è una biografia: una giovane donna, l’autrice, le sue madri, i suoi padri, gli altri. L’altra del titolo è Ellen, sua madre biologica, e lei è la figlia dell’altra. Sua madre adottiva un giorno le dice che sua madre – quella vera - la stava cercando. La madre adottiva è una fragilissima madre, una donna ferita dalla morte dell’unico figlio dopo la quale la adotta. La fragile madre è una donna senza lode, una madre qualunque, potrebbe essere – per usare le parole che l’autrice usa in un altro bel romanzo – la madre di chiunque. Ho sentito parlare di donne e di uomini che potrebbero essere le figlie e i figli di chiunque: di madri di chiunque non ho sentito prima di ora parlare mai. Una storia fatta di attimi sospesi, di ricerca e di fuga, di andare e tornare. La madre biologica ha partorito bambina una figlia che abbandona subito dopo averla partorita, delusa dall’uomo più grande che la illude ma non vuole saperne di loro; vende la bimba a una coppia che saprà crescerla certo meglio di lei. La figlia, la protagonista, non riesce a odiare la madre, riesce solo a giudicarla ma amandola, e cercandola in un infinito ritorno. Io che leggo questa tristissima storia non sono in grado di capire come si possa amare una madre che abbandona la figlia: ma non è forse vero che tutte le madri abbandonano le proprie figlie, in un modo o nell’altro, ora chiedendo loro di sopportare il peso dei loro affanni, ora lanciandole - ancora bambine - nel mondo della responsabilità, ora trattenendole benché donne come bambine maldestre e sempre, crudelmente, giudicate? La storia si riempie anche della figura del padre biologico, che la madre biologica, Ellen, insiste perché i due, padre e figlia, si conoscano. Seguono incontri tra il padre e la figlia, tra la madre e la figlia, in cui sembra che i due genitori favoriscano lei, la ragazza lasciata, ma in realtà rincorrono se stessi, per soddisfare la passione originaria e interrotta, ridescritta come interesse per la piccola, la figlia non desiderata, la figlia mai amata.

La morte di Ellen, improvvisa, sconcerta la ragazza; questa morte mette in moto in lei il desiderio fortissimo di ricostruire la sua storia, la storia di Ellen, la storia di suo padre meschino, la storia dei suoi avi, risalendo all’indietro intere generazioni. Almeno due capitoli del libro (non sono numerati, ma intitolati) sono dedicati all’ansiosa ricerca di un’identità genealogica. Sono capitoli noiosissimi, ma che forse fungono da catarsi: l’autrice ha bisogno di narrare questa sua biografia, di ricostruirla e partorirla per colui o piuttosto colei che la leggerà. Al padre è riservata un finale fatto di incessanti domande che rimangono senza risposta; l’autrice lo cancellerà definitivamente dalla sua vita quando lui si rifiuterà di riconoscerla come figlia sua, di comunicarle gli esiti positivi di un est genetico fatto anni prima per paura di generare uno squilibrio nel suo fittizio assetto familiare, per paura della moglie e dei figli ‘legittimi’. La fine del libro offre due immagini sublimi: la prima è quella del tavolo della nonna adottiva. Una donna saggia, la nonna, con cui la ragazza si confida, da cui trae l’affetto più vero, l’amore per sé. Il tavolo rotondo è simbolo della faticosa vita di una donna del passato, fiera e forte, è un testimone di femminilità generosa e accogliente, quasi severa. Un’immagine, quella del tavolo rotondo, di incredibile tenerezza. L’altra immagine è in realtà un succedersi di emozioni: troppo forti per raccontarle. Le riporto, senza ulteriori commenti, e così onoro l’autrice e con lei tutte le donne, quelle vere, però, che hanno il coraggio della loro storia: “E poi è morta, l’unica persona che conosca ad essere morta inaspettatamente a novantanove anni. Sono tornata di corsa a Washington. Sono andata a casa sua. Sono andata di stanza in stanza. Mi sono seduta al tavolo, in attesa. Ho avuto la sensazione che anche lei sentisse di essersene andata troppo presto. Sembrava che fosse ancora lì, che aleggiasse, fluttuando, preparandosi a partire. […] Capisco ora che sono un prodotto della storia di ogni mia famiglia, di alcune più che di altre. Alla fine comunque sono soltanto quattro fili attorcigliati che sfregano l’uno contro l’altro, e che in questo gioco di unione e frizione mi rendono quello che sono. E a dire il vero non sono soltanto un prodotto di quattro storie: sono influenzata anche da un’altra storia, la storia di che cosa significa essere quella adottata, quella scelta, l’estranea accolta in famiglia. […] E’ stata la morte di mia nonna a farmi sentire il bisogno di avere un figlio. La maternità era una cosa che mi terrorizzava. […] Quando ero piccola ho sempre pensato che avrei adottato un bambino, ma dopo la morte di Ellen e poi quella di mia nonna ho sentito di volere un figlio biologico, quindi è stata una cosa che ho deciso di fare. […] Mi sentivo in dovere di mettercela tutta, di generare una mia eco biologica, di rivedermi in un’altra persona che fosse imparentata con me al massimo grado e che l’avesse scritto in fronte”. Infine: “Io sono la figlia di mia madre e sono la figlia di mia madre, sono la figlia di mio padre e sono la figlia di mio padre… Soprattutto ora sono la madre di Juliet, e questa fatto ha in sé una singolarità di amore e paura che non avevo mai conosciuto prima, e per questo ringrazio tutte le mie madri e tutti i miei padri perché lei è il mio più grande regalo.”