Bianca è la neve che quando cade piace non perché bella ma perché mette la sordina ai rumori e attenua colori.
Bianco è il colore non colore della stanza grande e piccola insieme in cui Maria - la protagonista più che quarantenne di questo film, impersonata da una bianchissima Margherita Buy - aspetta sua figlia, e aspetta anche che sua figlia, nata prematura, nasca, oppure muoia. Queste parole sono quelle più incisive, almeno a mio parere, di tutto il film. Maria aspetta, impaziente, che sua figlia nasca, o muoia. Ci sono varie trame in questo film: la donna troppo vecchia e troppo sola per mettere al mondo un figlio; la donna che sospende la sua vita per tutto il tempo, insopportabile, dell'attesa; la donna che lavora con passione e poco guadagna, e che si contenta di vivere, sola, in un abituro della Napoli oscura in compagnia di milioni di formiche e, compagna di un breve tratto di viaggio, una magistrata rifugiata lì per una nobile causa ma per questo strappata ai suoi figli. Sarà stata - dice tra le righe la magistrata - la scelta più buona? o è stata soltanto la più giusta? Nel film c'è anche il tema della donna e dell'amico di sempre: lui la provoca chiedendole se mai la sua tenacia, la sua presenza fisica costante accanto al lettino tecnologico della sua bimba, piena di tubicini, di aghi e non si sa di quanta voglia di sopravvivere, non siano vissuti da lei come un castigo. Maria non nega, e gli confessa che la parola 'castigo' è quella che più si avvicina alla verità. La verità di questa donna che trasecola alla notizia di una gravidanza insperata, con un compagno poco più che occasionale e di cui racconta - senza convincerci - di essersi innamorata. Lui scompare, e lei non sembra cercarlo né trattenerlo alla responsabilità di quella figlia non voluta ma fatta insieme, innegabilmente sì. Verrebbe da chiedere, ma sia detto solo per inciso, come mai alcuni uomini neghino i fatti, o non li vedano, o li rimuovano, semplicemente, dalla vista, dallo sguardo, dagli occhi. Ma tant'è. Torniamo a Maria. Irene, la bimba che porta il nome di sua madre, è riscatto, è espiazione. Riscatto per l'amore di una madre perduta, e forse, par di capire, non troppo presente neppure quando c'era; espiazione per il non aver cercato Maria, quando era una donna giovane, un figlio o per non aver combattuto abbastanza per l'amore di una figlia tutta sua. Ora, sull'ultimo treno per dare la vita o giù di lì, Maria si attacca alla vita di Irene e, a modo suo, prega tenace la vita perché scorra in lei, non si arresti, con lei respiri nel giorno attessissimo e temutissimo in cui quei tubicini le saranno portati via. Nella preghiera alla vita, con cui vuole sfidare la propria sorte o le scelte non fatte, quelle che chiamiamo sorte per sentirci meno vigliacchi, Maria dice frasi dolcissime: se Irene ce la fa io la porto con me dovunque, le insegno tutte le cose che so, farò posto tra i miei libri perché ci stiano anche i suoi. La vita del ventre e la vita della mente. L'amore che è tutto presente e nulla rinvia; se no, - semplicemente - amore non è. Nell'attesa che non le si confà Maria torna al lavoro, a insegnare agli adulti a parlare correttamente la sua lingua, e quelli, gli adulti bambini, la amano, come una madre. Nel giorno degli esami il discepolo più tenero, l'uomo adulto che le si rivolge con un reverendissimo 'voi', si blocca, e non sa che scrivere. Lei è lì, ma pensa a Irene, ai tubicini che le stanno per essere tolti. Lasci uno spazio bianco - gli dice Maria un po' spazientita - e continui, poi, ci torna, e lo riempirà. Lascia lo spazio bianco, Maria!: lo spazio dell'attesa, della vita, della presenza, delle lacrime, della costanza, della speranza, della maternità, della promessa che dischiude e dell'abisso che lascia intravvedere, perché, dopo, è un'altra storia. Lascia lo spazio bianco, Maria!: inizia quella storia, e poi torna, se vuoi, per riempirlo. E vedrai, Irene nelle mani, che neppure riempirlo, lo spazio bianco, ti serve più. Poiché è solo luce. Ed è luce a riempire te, e a respirare tra le tue mani.